Elio Petri: il regista romano maledetto, tra arte e politica

Arthur Schopenauer scrive: “Ogni verità passa attraverso tre fasi: prima viene ridicolizzata, poi è violentemente contestata, infine viene accettata come ovvia”. Spesso ai film di Elio Petri è toccata la stessa sorte, forse perché,appunto, veicoli di tanta verità. Ma l’ultima fase di questo processo, la completa accettazione, deve ancora concludersi, dato che il lavoro originalissimo del regista, è stato, per molto tempo, sotterrato sotto cumuli di critiche feroci. Ad oggi, leggendo le ben poche fonti a riguardo (almeno in italiano), emerge come una sorta di antipatia bigotta e preconcetta, quasi diffamatoria, nei confronti del cinema di Petri. Numerosi sono i casi in cui, i contenuti dei suoi film, hanno scatenato una lunga serie di polemiche, che per anni sono andate ad offuscare completamente la grandezza del suo lavoro. Già dal primo lungometraggio L’assassino (1961),Petri impara a conoscere l’ignoranza e la diffidenza della censura, che tenta addirittura di impedire l’uscita del film. Qualche anno più tardi, la critica inizia a farsi brutale, e La decima vittima (1965), frutto di una sofferta vicenda produttiva, finisce per essere definito una “vaccata” dallo stesso produttore, Carlo Ponti. Lo sceneggiatore e scrittore Ernesto Gastaldi, coinvolto nella realizzazione di uno dei numerosi copioni per il film, scrive che “il danno è irreparabile, mai più fantascienza in Italia”[1].

Nel1971, dopo il successo di Indagine su uncittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), premiato con il premio Oscar al miglior film straniero, in occasione dell’anteprima de La classe operaia va in paradiso al Festival di Porretta Terme, il regista Jean-Marie Straub, invoca il rogo per la pellicola, senza subire alcuna contestazione da parte dei presenti. Gian Piero Brunetta ricorda di come, agli inizi degli anni settanta “ su Petri tirano tutti la loro palla, come ai baracconi del Luna Park. L’esercizio appare facile, anche se, in non pochi casi, ha un che di canagliesco e maramaldesco”[2].

Due anni più tardi, La proprietà non è più un furto, presentato nel corso delle Giornate del cinema italiano a Venezia,viene aspramente criticato dalla sinistra dell’epoca e, cosa che fa più male al regista, letteralmente massacrato dai propri colleghi. Todo Modo (1976), decimo profetico lungometraggio del regista,viene accolto con glaciale freddezza, tanto da segnare il decadimento della corrente del cinema politico italiano, nonché la fine del connubio Petri-Volontè. Sequestrato dopo neanche un mese di programmazione, il film diventa politicamente impresentabile in seguito al rapimento e all’ uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse, restando avvolto nell’ oscurità per molti anni. Anche l’ultimo lavoro del regista, Buone notizie (1979), cupo e metafisico, non viene capito (forse perché proiettato spaventosamente verso un futuro prossimo) e perciò dimenticato. In tutta questa ostilità, Petri non manca di rispondere agli attacchi, né di essere provocatorio nei confronti di quei “baroni mummificati nel loro eterno ruolo di magistrati del gusto”[3],che sono per lui i critici cinematografici.

Una lunga sfilza di vicende hanno influenzato fortemente la carriera del regista,nonché il ricordo di esso: l’immagine di Petri che si può ricavare dai testi,risulta sfocata e ripetitiva, a tratti distorta, caricaturale. Molti aspetti brillanti della personalità del regista trovano sfogo solamente nella testimonianza diretta del suo pensiero, i film, le immagini, più eloquenti di centinaia di pagine piene di parole.

Per quanto criticato e non capito, il regista romano, più di molti altri, è stato in grado di cogliere e descrivere nel suo cinema, la realtà inquieta e vivace degli anni sessanta e settanta. Non solo affrontando i temi di importanza politica e civile che lo hanno reso noto, ma anche analizzando il contesto generale che ruota attorno all’uomo di quegli anni. L’ aspetto artistico, in parte oscurato dalle questioni sopracitate, è funzionale, nella filmografia di Petri, a restituire una condizione veritiera e coerente dei personaggi e dei fatti narrati. Per quanto non adeguatamente esaminato, questo lato della filmografia del regista è estremamente forte ed evidente; ne è testimonianza La decima vittima, il primo film affrontato nel presente lavoro. La vicenda fantascientifica messa in scena da Petri, per quanto bizzarra e distante dagli altri esempi di questo genere, si apre a letture più profonde. C’è una grande attenzione verso ogni aspetto visivo che compone l’inquadratura, dalle scelte cromatiche, ai riferimenti artistici che determinano la costruzione in chiave pop di tutto il profilmico. La decima vittima riesce a cogliere,addirittura ad anticipare, le mode e i consumi che si andavano affermando negli anni Sessanta.

La complicata vicenda produttiva che ruota attorno alla realizzazione del film ne compromette l’aspetto fantascientifico, “sporcandone” il genere con macchie di commedia all’italiana, di romance, e anche di western. In questo campionario di generi, l’arte diviene filo conduttore.

Petri, grande appassionato, nonché collezionista di opere d’ arte, tappezza il film di citazioni artistiche a lui contemporanee, tra cui gli uomini in gesso di George Segal, i bersagli di Jasper Johns, le enormi sculture/gelato di ClaesOldenburg, le famose vignette di fumetto di Roy Lichtenstein, nonché l’omaggio all’ arte di Andy Warhol, il maggiore esponente della Pop Art. I protagonisti, interpretati dalla bellissima Ursula Andress e dall’ inimitabile Marcello Mastroianni, sono inseriti in uno scenario estremamente attuale più che avveniristico, un futuro ambiguo e posticcio che si fa caricatura dal presente, lasciando emergere la satira del mondo moderno che si cela sotto la superficie fantascientifica del film.

Secondo la classificazione eseguita da Lucia Cardone, La decima vittima appartiene al primo periodo della filmografia del regista, cosiddetto di “assestamento”. Segue la produzione matura, che culmina nel fortunato binomio di Indagine e La classe operaia va in paradiso, e giunge infine la terza e ultima fase, la più cupa e grottesca, al quale appartiene, tra gli altri,  Todo modo, il “film maledetto” di ElioPetri[4].  In questa suddivisione, non trova praticamente posto il sesto lungometraggio del regista, che apparterrebbe in teoria alla fase intermedia, quella di maggiore equilibrio; Un tranquillo posto di campagna (1968),definito dalla scrittrice come “una strana parentesi”, viene frettolosamente liquidato. In effetti le fonti a riguardo sono a dir poco scarse, quasi inesistenti, il film rappresenta un unicum all’ interno della produzione di Petri. Si tratta di un film dell’orrore,una ghost story ben lontana dai temi politici: un pittore in piena crisi creativa tenta di ritrovare l’ispirazione mentre si appassiona alla romantica storia di una bellissima contessina ninfomane, uccisa tanti anni prima nella villa veneta che lo ospita. L’arte è fortemente presente già dai titoli di testa, in cui si alternano, con un ritmo serrato e psichedelico, figure pop e opere d’arte celebri (di artisti come Mondrian, Magritte, Goya, Bacon, Rembrandt e Delacroix).

Perla realizzazione del film è fondamentale la collaborazione del pittore neo-dadaista Jim Dine, che guida l’attore Franco Nero nelle scene di pittura e realizza personalmente le opere d’arte presenti nel film. Ancora una volta viene fuori, non solo la grande passione, ma soprattutto la grande conoscenza(da autodidatta) di Petri nei confronti dell’arte, sia moderna che classica.

Nonostante l’aspetto surreale e onirico di tutto il film, la critica ai sistemi della società dei consumi trova sempre posto: il regista sfrutta il racconto per intraprendere una riflessione sul ruolo dell’artista nella società di massa e sulla mercificazione alla quale l’oggetto d’arte è sottoposto.

L’ultimo capitolo è incentrato sulla cosiddetta Trilogia della nevrosi. Petri, insieme con il fidato sceneggiatore Ugo Pirro, pone al centro del discorso i tre pilastri su cui si fonda la nuova società borghese: potere, lavoro e denaro.

Indagine su un cittadino al disopra di ogni sospetto è senz’altro il film di maggior successo, e il più famoso, di Elio Petri. Anche in questo caso,dietro un evidente messaggio sociale e politico, si consuma la citazione artistica, come sempre funzionale alla narrazione. Il regista pone il personaggio del dottore (Gian Maria Volonté) e quello della sua amante, Augusta Terzi (Florinda Bolkan), su due piani completamente diversi, visivamente opposti. Gli spazi del potere, gli uffici di polizia in cui opera il protagonista, sono caratterizzati da uno stile funzionalista e surreale, in piena contrapposizione con gli arredi liberty che popolano l’abitazione della donna.

Vittima del gioco di potere tra lei e il dottore, la sensuale Augusta Terzi, finisce per vivere solamente nei ricordi del protagonista, restando intrappolata su uno sfondo Art Nouveau che la rende affine alle “donne dorate” di Gustav Klimt.

La trilogia prosegue con La classe operaia va in paradiso, che testimonia la condizione straniante vissuta dagli operai in fabbrica agli inizi degli anni Settanta. Petri stavolta mette in campo la sua vena artistica riuscendo a rappresentare con intensità l’alienazione che affligge il protagonista Lulù, prodotto imperfetto di una società in cui non trova posto.

Infine, La proprietà non è più un furto, chiude la trilogia. La rappresentazione cupa e profetica degli effetti della proprietà sull’ uomo, procura un forte senso di straniamento, quasi una sorta di ribrezzo,che avvicina molto l’espressivismo de La proprietà alle opere d’arte di Francis Bacon, l’oscuro pittore dell’uomo moderno. Il film vira fortemente verso la rappresentazione grottesca,collocandosi nell’ ultima fase della filmografia del regista, la più cupa,tant’è che Petri stesso affermerà: “gli ultimi film li ho fatti sempre soffrendo un poco perché non li facevo divertendomi, ma seguendo un mio certo discorso sull’utilità. Se devo proprio trovare un posto nella sua mappa, mi situi tra coloro che credevano d’essere utili. Spesso mi sembra addirittura di non esserci, nel cinema italiano”[5].Ma nonostante questo, Petri non si è mai fermato finché non è stata la malattia a farlo, ha continuato a rendersi “utile”, anche se in pochi hanno saputo riconoscerlo; seppur remando controcorrente, con fatica, un posto nel cinema italiano Petri se lo è senz’altro meritato.

Perciò è necessario, oggi più che mai, ricordarsi di quello che è stato un grande regista politico, si, ma anche un umile “artigiano del cinema”[6],un autore in grado di mettere nella rappresentazione tutto sé stesso.


[1] Diego Mondella (A cura di), L’ultima trovata. Trent’anni di cinema senza Elio Petri, Via Borgonuovo 21/a, Bologna, Pendragon, 2012, p. 56

[2] Lucia Cardone, Elio Petri, impolitico. La decima vittima (1965), Pisa, Edizioni ETS, 2005, p. 23

[3] Lucia Cardone, op. cit., p. 25

[4] Lucia Cardone,  op. cit., p. 22

[5] Diego Mondella (A cura di), L’ultima trovata. Trent’anni di cinema senza Elio Petri, Via Borgonuovo 21/a, Bologna, Pendragon, 2012, p. 225

[6] Ivi, p. 224

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